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Valenta (Pensionati Cisl): “Anziani, attenzione alla qualità della vita”

Intervento di Gianfranco Valenta, segretario genetale Fnp-Cisl del Friuli Venezia Giulia, al direttivo unitario dei Pensionati di Cgil Cisl e Uil 

Pasian di Prato, 17 dicembre 2010

Fra le varie iniziative che, come organizzazioni sindacali dei pensionati, promuoviamo e proponiamo alla comunità, quella di oggi vuole essere l’inizio di una riflessione sul futuro del Welfare.
Il Welfare è un tema che come CGIL-CISL e UIL di categoria abbiamo sempre privilegiato e trattato unitariamente al fine di conseguire risultati positivi e dare risposte precise ai sempre più impellenti bisogni che colpiscono le persone anziane e non.
Data l’importanza dell’argomento abbiamo voluto che l’iniziativa di oggi fosse aperta al pubblico ed agli operatori sociali che affrontano il problema in prima linea.
Mai come in questo momento la situazione è grave. Le difficoltà economiche che stanno attraversando il nostro Paese, ed il mondo tutto, non possono certamente non avere ripercussioni sullo stato sociale dei cittadini e rendere, quindi, facile il percorso che abbiamo iniziato molti anni fa in Regione.
La crisi economica è accompagnata, in Italia, da una grave crisi politica che ha prodotto notevoli tensioni nel nostro tessuto democratico. C’è un Governo che non governa e sul cui futuro non c’è certezza. Un Governo che, nonostante sia stato eletto con il maggior numero di deputati e senatori, (anche grazie al premio di maggioranza introdotto nella Legge Elettorale) dalla nascita della Repubblica, non riesce ad esprimere indirizzi positivi in risposta ai reali bisogni del Paese.
Un plauso pertanto al Presidente della Repubblica Napolitano, che ha invitato sia la Camera che il Senato a votare la manovra di stabilità finanziaria per il 2011 prima dell’inevitabile apertura della crisi di Governo. Ciò servirà perlomeno, e non è poco, a metterci al riparo dalle speculazioni finanziarie che già imperversano in tutta la zona Euro.

Una simile situazione non può avere che ripercussioni negative sulle tematiche sociali con particolare aggravio per gli strati sociali più poveri della società.
E’ importante, quindi, richiamare l’attenzione sul Welfare da parte di tutti i cittadini anche di coloro che attualmente non ne hanno bisogno e che ritengono che non ne avranno mai la necessità.
Il futuro che sembra aspettarci non è roseo se nel presente assistiamo al venir meno di ingenti risorse economiche, alla prosecuzione della crisi industriale ed alla continua perdita di migliaia di posti di lavoro.
Il minimo che possiamo fare per tutti coloro che rappresentiamo, e non, è di attrezzarci per farvi fronte.
E’ questo che i nostri iscritti si aspettano da noi perché è questo che la storia del sindacalismo confederale impone.
Le scelte che abbiamo fatto, talvolta difficilissime, talvolta incomprensibili nell’immediato ma che a lungo andare hanno avuto un riscontro positivo per l’interesse di tutti, rappresentano il presupposto su cui fondiamo il nostro agire.
Confido che anche nell’immediato futuro riusciremo a far fronte in modo costruttivo ai grossi problemi che il Paese attraversa. Problemi che non sono solo economici ma investono i valori su cui ogni Repubblica dovrebbe essere fondata.
Sconsolante è, a questo proposito, il rapporto Censis 2010 da cui emerge che i valori attuali sono rappresentati dai peggiori vizi: non pagare le tasse, vilipendere ed eludere la legge, dichiarazioni ed atteggiamenti volgari, disprezzo dello Stato e delle sue istituzioni per raggiungere il culmine nel “me ne frego” nei confronti del Presidente della Repubblica.

Non che precedentemente la virtù trionfasse ma la violazione non era esplicita e provocava vergogna.
Oggi, invece, è inalberata a valore di governo e chiunque può identificarsi nell’esempio esaltato dall’alto. L’individualismo cresce e si corrompe in un pericoloso vuoto sociale.
Nel luglio scorso il Governo ha varato una pesante manovra finanziaria penalizzante sia nell’immediato che nel futuro: blocco della contrattazione, blocco delle assunzioni nel pubblico impiego, l’innalzamento di fatto, per questo comparto, di un anno dell’età pensionistica ( 41 anni di contributi e 66 anni di età), taglio del trasferimento delle risorse dallo Stato alle Regioni ed ai Comuni.
In quest’ ultima scelta rientra anche quella del blocco dei finanziamenti alla Sanità a partire dal 2012, finanziamenti che rimarranno fissi sugli standard esistenti.
Il Governo ha accompagnato queste scelte con delle dichiarazioni di principio basate su un possibile recupero delle risorse, da parte degli enti locali,mediante l’attuazione di politiche virtuose di risparmio. Dichiarazioni condivisibili dal punto di vista etico, ma difficilmente attuabili stante il degrado attuale e gli interessi campanilistici e non esistenti.

Basta osservare la nostra Regione in tema di sanità: non vengono attuate scelte virtuose, né vengono eliminati sprechi. Come si possano affrontare, quindi, le crescenti richieste di assistenza da parte della popolazione che invecchia non è dato sapere.
Quello che è evidente è che il progressivo venir meno delle risorse finanziarie imporrà a tutti una riflessione sul loro utilizzo ed un’ opera di controllo se vogliamo tutelare gli strati più deboli della società.
Come Organizzazioni Sindacali dei pensionati abbiamo già richiesto ed ottenuto un incontro con l’ANCI (associazione dei Comuni) per condividere, come già fatto in passato, indirizzi unitari a fronte delle ricadute sui territori del minor gettito.
Le preoccupazioni sono state condivise dagli amministratori locali ed una delle possibili soluzioni è stata identificata nel recupero della sempre più crescente evasione fiscale e la messa a disposizione di tale introito per il Welfare territoriale.

Non ritengo che sia opportuno dilungarmi qui sulla necessità della riforma fiscale che da anni rivendichiamo affinchè si ponga fine allo scandalo cui assistiamo quotidianamente.
I Comuni saranno sempre più il terminale delle richieste dirette dei cittadini. Cittadini che giorno dopo giorno, a motivo della mancata ripresa industriale, vedono peggiorare la loro condizione.
Finite le garanzie fornite dagli ammortizzatori sociali, diventa sempre più difficile non solo rispettare le scadenze di pagamento ma anche sopravvivere. Già oggi il 5% non riesce a pagare il muto casa acceso in passato.

Noi, come OO.SS. chiediamo ai Comuni tavoli di concertazione per una condivisione di scelte che siano a favore di chi realmente ha bisogno, scelte che siano concrete e non poste in essere su basi teoriche e non in grado, quindi, di raggiungere i veri destinatari.
Sono passati dieci anni da quando, nel novembre del 2000, è stata approvata la Legge 328 sul riordino del Sistema Integrato di intervento sui servizi sociali. Dieci anni sono un periodo sufficientemente lungo per poter fare un bilancio.
I cittadini del Friuli Venezia Giulia, essendo questa una Regione a statuto speciale, non hanno dovuto attendere l’introduzione del Titolo V della Costituzione ( Federalismo )per veder applicata la norma. Ciò che invece hanno dovuto aspettare è stato il cambio della guida politica in Regione, nel 2004.
Infatti solo allora la legge nazionale ha iniziato ad avere applicazione; anzi, con la Legge 6/2006 si è cercato di ampliarne la portata introducendo:

  • strumenti migliorativi sia per il settore sanitario che per quello sociale;
  • un riordino del Welfare proiettato verso le innumerevoli sfide che una società sempre più complessa richiede;
  • avvio dei Piani di Zona;
  • crescente coinvolgimento della comunità e delle associazioni del volontariato;
  • accessibilità ai servizi per tutti i cittadini;
  • universalità delle cure.

Praticamente è la società che si fa carico di risolvere i problemi dei singoli.
In tale ambito erano state introdotte, pur tra mille difficoltà e discussioni, il Reddito di Cittadinanza ed il Fondo per l’Autonomia Possibile ( FAP).
Con l’arrivo dell’ attuale amministrazione regionale il processo di applicazione pratica che doveva avvenire tramite l’emanazione dei regolamenti attuativi, ha subito una brusca frenata, quando non è stato addirittura messo in discussione.
Vedi l’eliminazione del Reddito di Cittadinanza basata su motivazioni xenofobe e non veritiere sui reali destinatari. La sostituzione di tale reddito con sussidi irrisori e privi di alcun accompagnamento sociale, ha stravolto completamente lo spirito che sottintendeva alla creazione di tale istituto.
Era una scelta di civiltà così come avviene negli altri Paesi europei dove le erogazioni fatte a qualunque titolo vanno sempre di pari passo con un aiuto sociale e concreto di risoluzione del problema.

La stessa linea di abbandono è stata seguita dalla Regione per i Piani di Zona bloccati nel 2009 per una verifica tesa ad apportare miglioramenti applicativi, a tutt’oggi non ancora avviati. Anzi, nulla è stato predisposto neanche per il futuro se non un generico invito ai Comuni di provvedervi con risorse proprie.
Quanto avviene praticamente sul territorio, accompagnato dalla lettura delle linee guida 2011/2013 del Piano Socio Sanitario Regionale, da cui si evince che lo stanziamento delle risorse è lo stesso degli anni passati, fa a ragione temere sul futuro del WELFARE TERRITORIALE.
A ciò si aggiunga il libro verde presentato nel 2009 dall’Assessorato alle Politiche Sociali in cui già veniva evidenziata la volontà di privilegiare le strutture sanitarie ospedaliere a scapito del territorio.

Su queste basi si opera attualmente.
Le scelte regionali sono effettuate senza alcuna condivisione, né alcun coinvolgimento, delle Organizzazioni Sindacali.
La nostra disponibilità a condividere e sottoscrivere il nuovo Regolamento sul Fondo dell’Autonomia Possibile non è stata ripagata dal riconoscimento delle aspettative che come OO.SS.vi avevano riposto.
Fra le altre cose ricordiamo come l’eliminazione della obbligatorietà della rendicontazione delle spese per le famiglie che ricevono un sussidio rappresenti, come si temeva, un concreto rischio di un disimpegno dei servizi sociali nei confronti dell’utenza e, quindi, il venir meno di quel processo di coinvolgimento, faticosamente iniziato, previsto dalla Legge 6.
Stiamo, quindi, ritornando verso l’applicazione pura e semplice dell’art.32 della L.R. 10/1998 che aveva generato molteplici riserve anche tra gli addetti ai lavori.

A riprova di ciò vi è il riformarsi delle file nell’accessibilità ai servizi.
A questo punto diviene obbligatorio auspicare un incisivo intervento dei sindaci e dei responsabili degli ambiti. Il loro intervento non è più procrastinabile né rinviabile.
Anche se non possiamo fare a meno di rilevare la scelta operata dalla Giunta Regionale, che ha declassato il parere dell’Assemblea dei Sindaci, che ha sede a Codroipo, da esecutivo a consultivo.
Parere che sembra, peraltro, non essere neanche tale, se consideriamo che il voto registrato da tale assemblea per l’approvazione delle Linee Guida per il 2011 è stato di 6 favorevoli, 6 astenuti e 1 contrario.
Sicuramente la modifica attuata la dice lunga sul coinvolgimento democratico che la Regione intende attuare con i Primi cittadini in materia socio/assistenziale.

Non è ben chiaro per noi come si possa rispondere alla sempre più crescente domanda di servizi con risorse sempre più limitate, senza condividerne con gli amministratori le ripercussioni sulla popolazione, amministratori locali, sindaci in primis, che per legge sono i responsabili della salute della loro comunità.
La questione sarà certamente al centro di tutte le problematiche socio-assistenziali degli anni a venire.

L’età in costante aumento, con tutto ciò che questo comporta, creerà non poche complicazioni alle famiglie se non assistite da una capillare rete sociale. Vedi, ad esempio, il problema della non autosufficienza.
A nessuno può oramai sfuggire il reale impatto di tale problema sulle famiglie che non sono più quelle di una volta.
Abbiamo nuclei familiari sempre più piccoli, sempre più spesso unipersonali, persone che devono svolgere un’attività lavorativa per poter sopravvivere e, che quindi, non sono in grado di assistere un anziano né materialmente nel quotidiano né economicamente.
Le famiglie non possono essere lasciate sole con questi problemi. Servono risposte precise, chiare e soprattutto concrete.

I tagli che il Governo ha fatto alle già poche risorse destinate allo scopo ci deve mettere in allarme.
E non c’è dubbio che le risorse stanno diminuendo; il Fondo Nazionale per le politiche sociali negli ultimi 3 anni è stato ridotto di 1/3. La manovra dell’estate scorsa ha previsto tra l’altro un taglio di 4,5 miliardi di Euro alle Regioni e 1,5 ai Comuni per il 2011.
La Social Card, su cui pure nei mesi passati si erano avanzate proposte di revisione, è stata nei fatti eliminata dall’agenda politica, mentre è evidente la reticenza a discutere di livelli essenziali necessari per il federalismo fiscale.
All’eliminazione della Social Card è seguito l’annuncio dell’Assessore alle finanze della Regione di una erogazione una Tantum di 100 Euro da destinarsi alle pensioni sociali.
Scelta propagandistica e caritatevole, come già quella della Social Card, che non ha peraltro avuto seguito.

La nostra proposta, avallata dalla raccolta di un milione di firme, per l’approvazione di una legge che definisca i livelli minimi d’assistenza per le persone non autosufficienti, non ha ancora trovato udienza, né alla Camera né al Senato.
Ciò, nonostante i ripetuti apprezzamenti che un notevole numero di politici, indifferentemente dalla loro collocazione, hanno pronunciato.
Gli argomenti su cui si preferisce disquisire sono le proprietà immobiliari e le escort.
Vi è un generale disinteresse della politica governativa nei confronti del Welfare e dei servizi.

Abbiamo citato la non autosufficienza.
A tale tematica è necessariamente collegata quella della residenza assistita, problematica su cui viene applicata da anni una politica di annunci e rinvii.
La riqualificazione e l’accreditamento, da parte della Regione, del sistema residenziale e semiresidenziale è ben lunga dal trovare conclusione.
A distanza di più di 10 anni dalla Legge 10/98, che prevedeva l’avvio di una ristrutturazione della materia, non vi sono stati effetti pratici. Solo minimi, e non certo risolutivi, interventi tesi ad affrontare l’immediatezza senza una soluzione di definitività.

Nel Decreto del Presidente della Regione 333 del 11/12/2008, ad esempio,venivano definiti nuovi criteri e parametri di riqualificazione del sistema. Ma la sua applicazione a tutt’oggi non è completa.
Alla fine del 2010, è bene ricordarlo, in Regione ci sono 10.809 posti letto autorizzati, 370 in più rispetto al 2008.
Di questi 8500 sono per i non autosufficienti (di cui 6500 in strutture convenzionate con la Regione) e 2.200 per gli autosufficienti.
La Regione aveva previsto, nel 2008, una soglia ottimale di 7.359 posti letto per non Autosufficienti, ottimale chiaramente a fronte degli stanziamenti effettuati.
 E’ evidente che il progressivo invecchiamento della popolazione ha elevato in questi 2 anni il numero di posti letto necessari; ma poiché lo stanziamento non è aumentato assistiamo ad un peggioramento delle condizioni di assistenza.
Si dovrà operare, prima o poi, una scelta tra una minore erogazione nell’assistenza per tutti o un permanere della erogazione limitata a pochi.

Le criticità non sono uguali in tutta la Regione.
Vi sono aree in cui operano strutture polifunzionali private, convenzionate e non, spesso al limite dell’adeguatezza come ad esempio Trieste ed altre aree in cui la disponibilità di posti letto è superiore al reale fabbisogno.
Necessita, quindi, prima di tutto, ripartire da quanto convenuto fra le OO.SS. e l’Assessorato nel 2008, impegno questo che ci ha visto partecipi, e cioè ridistribuire il numero dei posti letto ed operare miglioramenti in termini di strutture di assistenza, di professionalità degli operatori e di tempistica degli interventi in modo da rispondere sempre allo standard minimo prefissato.
Non possono essere accettate pressioni volte a peggiorare tali standard sia pur motivate dall’accoglimento degli utenti.

L’impegno assunto, sempre nel 2008, dalla Regione, comportava che entro il 2011 tutto il sistema delle case di riposo sarebbe stato monitorato.
Il ritardo nell’attuazione di tale impegno è sotto gli occhi di tutti gli addetti ai lavori.
Fermo restando che l’istituzionalizzazione delle persone non autosufficienti non è certo il fine a cui dobbiamo tendere, certo è, che devono essere creati dei servizi territoriali per contrastarla e sostenere la domiciliarità.
Vanno attivati punti unici d’accesso, prese in carico integrali della persona in modo da poter mettere in condizione le famiglie di non dover considerare come una via d’uscita la casa di riposo.
Va da se però che i servizi offerti dovranno essere molteplici e senza soluzione di continuità se, come sappiamo e come già abbiamo detto in premessa, le famiglie sono sempre meno numerose e più problematiche.
Solo in tal modo, con un simile potenziamento, potranno essere date risposte ai crescenti bisogni della comunità. Risposte complete, altrimenti ci saranno soluzioni parziali che non soddisferanno in alcun modo gli utenti.

Ritornando al tema delle case di riposo, affrontiamo il problema rette.
Nel giugno del corrente anno, anche a fronte delle continue pressioni operate da noi organizzazioni sindacali, sono stati stanziati ulteriori 8 milioni di euro per l’abbattimento delle rette dei degenti, rette che la Regione non modificava dal 2006.
L’impegno non è stato tuttavia sufficiente ad ammortizzare la spesa che, anno dopo anno, diviene sempre più pesante per le famiglie che se ne devono fare carico.
Non mi dilungo nei dettagli della ripartizione che c’è che invece noi vorremmo non ci fosse, tra le varie tipologie di utenza.
Siamo tra addetti ai lavori, pertanto l’argomento è ben conosciuto.
Ciò che ritengo utile rilevare è la necessità di portare avanti un discorso diverso dall’attuale pratica finalizzato ad una vita dignitosa per tutti.

Siamo quindi disponibili, come Organizzazioni Sindacali, all’apertura di un tavolo per definire parallelamente al processo di riqualificazione ed accreditamento, e con la stessa tempistica, anche la compartecipazione alle spese legata all’ISEE di ciascuno.
Un percorso da volere per tutti i servizi legati alla problematica in esame: case di riposo, centri diurni, servizi domiciliari, centri Alzheimer.
Chiudo, pertanto, con un invito ad un presidio continuo sul territorio nonché con l’auspicio che vengano attivati confronti periodici tra la Regione, le A.S.S. e le Organizzazioni Sindacali per monitorare e migliorare la qualità della vita.
Siamo convinti, come Sindacato, che l’esperienza e la volontà di lavorare uniti per il bene comune, proposito assai raro in questi tempi, porteranno i frutti sperati: garantire risposte a chi ha veramente bisogno.