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NON SOLO ELECTROLUX, IN FVG ESPLODE LA “QUESTIONE MANIFATTURIERA”: PORTARE A BRUXELLES UNA BATTAGLIA ESISTENZIALE

Questo pomeriggio a Pordenone, la tavola rotonda promossa dalla Cisl Fvg

Fermato il piano di tagli a Pordenone, ma il sindacato avverte: ” Il Governo imponga vincoli sociali per fermare la desertificazione”

La vertenza Electrolux non è una crisi circoscritta al territorio, ma la spia di una “questione manifatturiera” ben più ampia, che deve essere portata con urgenza all’attenzione del livello nazionale e, soprattutto, europeo. È questo il punto cruciale su cui è convergenza la tavola rotonda promossa oggi pomeriggio a Pordenone dalla Cisl Friuli Venezia Giulia, un focus dedicato a quegli ingranaggi industriali che oggi, in Italia come in Europa, necessitano di maggiore tutela e di una visione strategica di lungo periodo.

“Il manifatturiero resta il motore economico e sociale del Friuli Venezia Giulia — ha spiegato in apertura di lavori il segretario generale della Cisl Fvg, Alberto Monticco — ma il contesto che abbiamo di fronte è molto complesso, costellato da forti elementi critici: dalla congiuntura economica difficile al pesante inverno demografico, fino alla fuga dei cervelli e alla carenza di manodopera”.

Un quadro a cui si aggiunge un paradosso strutturale fotografato chiaramente dai dati regionali: su circa 86.300 imprese e oltre 527.000 lavoratori, il 99% delle aziende ha meno di 50 dipendenti. Eppure, ben il 40% della forza lavoro totale è concentrato in quel ristrettissimo 1% di medie e grandi imprese. “Questo — ha commentato Monticco — ci dice che il destino delle piccole imprese e della subfornitura è strettamente legato alla salute dei grandi gruppi. Se tremano i grandi, trema tutta la regione. Dobbiamo spezzare questa dipendenza strutturale dando gambe e velocità all’Agenda FVG Manifattura 2030, il piano strategico regionale che punta su transizione digitale, crescita delle PMI, attrazione di talenti ed economia circolare, facendo leva sulla nostra logistica, su un ecosistema della ricerca d’eccellenza e su un supporto finanziario mirato”.

L’allarme del settore metalmeccanico: a rischio fino a 700 posti di lavoro

L’analisi dell’andamento congiunturale si fa ancora più stringente guardando ai dati della categoria. Pasquale Stasio, segretario generale Fim Cisl Fvg, ha evidenziato come l’aumento delle richieste di cassa integrazione rispetto all’ultima parte dello scorso anno metta a nudo le difficoltà del comparto metalmeccanico regionale, che pure aveva dimostrato una buona tenuta nei mesi precedenti.

“Le criticità del comparto — ha rilevato Stasio — sono collegate all’instabilità geopolitica internazionale, che frena gli investimenti, e all’impennata dei costi energetici e delle materie prime, che ci fa perdere competitività rispetto ai concorrenti esteri. Escludendo l’impatto potenziale di Electrolux, le aziende più in crisi nella regione mettono già a rischio concreto circa 600-700 posti di lavoro”. Stasio ha poi sollevato una riflessione sui grandi gruppi: “Le realtà che più preoccupano sono tutte a capitale estero. Senza demonizzare gli investimenti stranieri, è evidente come spesso il legame con il territorio venga considerato marginale da queste proprietà, con scarsa attenzione alle ricadute occupazionali. Il metalmeccanico vale il 46% dell’attività manifatturiera regionale: servono politiche industriali ed energetiche per abbattere i costi e l’introduzione di precisi vincoli sociali per chi investe in Italia, al fine di evitare la desertificazione industriale”.

Il ruolo del Governo e il nodo dei costi energetici

Sul fronte sindacale nazionale, il segretario nazionale della Cisl, Giorgio Graziani, rispetto al sistema industriale italiano, ha posto l’accento sulla necessità di alleggerire il peso degli investimenti, del lavoro e dell’energia, ricordando che in Italia il costo energetico supera anche del 30-40% quello dei partner europei, determinando uno svantaggio competitivo pesantissimo.

Quanto ad Electrolux: “Quello presentato non era un vero piano industriale, ma un taglio lineare che si prospettava come una progressiva chiusura — ha dichiarato Graziani — ed è per questo che ne abbiamo chiesto e ottenuto il ritiro, con la temporanea sospensione del piano. Ora che sono aperti i tavoli tecnici, dal Governo ci aspettiamo un approccio incisivo. L’esecutivo deve agire da intermediario e prendere una posizione chiara per costruire un piano industriale di rilancio che metta in sicurezza tutti i siti italiani, senza alcuna chiusura. Parliamo di un settore trainante: se l’Italia vuole rimanere il secondo paese manifatturiero d’Europa, non può permettersi di abbandonare l’elettrodomestico”. Graziani ha inoltre richiamato alle proprie responsabilità la multinazionale svedese: “Hanno investito in Italia anche grazie a finanziamenti pubblici, puntando sulla media e alta gamma; ora non possono sbarazzarsi della produzione media senza assumersi la responsabilità sociale verso i lavoratori che hanno riqualificato”.

La Regione: “Difendiamo l’intera filiera, dalla siderurgia alla domotica”

La risposta delle istituzioni locali è stata affidata all’assessore regionale al Lavoro, Alessandra Rosolen, che ha confermato come l’amministrazione abbia già attivato tutti gli ammortizzatori e gli strumenti di propria competenza per accompagnare le fasi di crisi. L’obiettivo primario, tuttavia, resta quello di non declassare la vicenda a problema locale.

“Dobbiamo con forza qualificarla come una crisi strutturale a livello nazionale ed europeo — ha rimarcato Rosolen — perché siamo di fronte a una visione industriale dell’Europa che va contro gli interessi dei territori. Come Regione continueremo a individuare strumenti ad hoc, ma questi devono muoversi dentro una logica complessiva nazionale ed europea”. L’assessore ha poi rivendicato la natura strategica dell’intero comparto: “In passato troppe produzioni industriali sono state dismesse nell’assoluta indifferenza, dalla siderurgia all’automotive. Oggi dobbiamo difendere questo settore non perché è semplicemente la ‘filiera del bianco’, ma perché garantisce la produzione e l’indipendenza strategica dell’intera Unione Europea. Difendere l’elettrodomestico significa difendere una catena del valore complessa che parte dalla produzione dell’acciaio e arriva ai microchip e alla domotica”.

Lo spettro della dismissione e l’ipotesi della nazionalizzazione

Posizioni ancora più radicali e di forte preoccupazione sono arrivate da Castro, che ha definito il progetto di Electrolux “tremendo” e finalizzato, attraverso la riduzione della capacità produttiva, a condannare alla chiusura non solo Pordenone, ma anche gli altri stabilimenti del gruppo a Forlì, Milano, Susegana e Cerreto.

“La prima parola d’ordine è organizzare la resistenza contro lo smantellamento di un patrimonio culturale e sociale straordinario — ha incalzato Maurizio Castro, esperto di relazioni industriali. Parallelamente, dobbiamo mettere in campo risposte innovative di politica industriale. Si potrebbe persino ipotizzare la costituzione di una coalizione per la parziale nazionalizzazione di questo pezzo di Electrolux, un modello di cooperazione tra Stato e privati che tuteli le tantissime aziende che vivono nell’indotto a monte e a valle della fabbrica”. Ricordando la storica crisi della Zanussi del 1984, Castro ha sottolineato la forza del legame tra la fabbrica e il pordenonese, suggerendo che la Regione Friuli Venezia Giulia, anche grazie alla sua specialità statutaria, debba fare da pivot in questo processo. La conclusione di Castro è però severa: “Conosco bene la mentalità svedese e temo che questa volta la partita sia mortale: si sono preparati per dieci anni e l’obiettivo reale potrebbe essere quello di liberarsi dei siti italiani per cederli al colosso cinese Midea. Una prospettiva che, se da un lato viene vista come alternativa alla chiusura, dall’altro apre interrogativi geopolitici e industriali non banali che vanno affrontati con estrema lucidità”.

Confindustria: “A Bruxelles serve una battaglia esistenziale”

La visione strategica complessiva e la necessità di una difesa comune hanno trovato sponda anche nelle parole del presidente di Confindustria Alto Adriatico, Michelangelo Agrusti, che ha chiuso il cerchio della discussione richiamando l’Europa ai propri doveri e puntando l’attenzione sul tema cruciale dell’energia. A lui l’appello finale: “Serve una lotta europea, una vera e propria battaglia esistenziale della manifattura che, specialmente a Bruxelles, faccia sentire forte la sua voce contro il progressivo smantellamento delle nostre produzioni”.

 

 

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