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LA POLITICA E L’URGENZA DEL SALARIO MINIMO

Intervento del Segretario Generale, Alberto Monticco, pubblicato su Il Messaggero Veneto

Meglio tardi che mai, potremmo dire: finalmente, anche nel nostro Paese, il tema dei salari è diventato argomento di discussione. Sì, perché il problema dell’inadeguatezza dei salari in Italia risale almeno ad una quindicina d’anni fa, da ben prima della crisi e del Covid-19. Da tempo, molti lavoratori fanno fatica o non arrivano alla “quarta settimana”, tanti neppure alla terza, se sommiamo alle buste paga troppo magre anche le crisi che negli ultimi decenni hanno svilito sempre più il lavoro, lasciando i lavoratori più poveri.

Per affrontare in modo costruttivo il tema del salario è, tuttavia, indispensabile avere ben a mente il nostro sistema contrattuale, che si basa su almeno due pilastri: il CNNL e la contrattazione di secondo livello.

Giova ricordare che il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro è un contratto stipulato a livello nazionale tra le organizzazioni sindacali di pari livello (nazionale) e i datori di lavoro (le cosiddette parti sociali). Potremmo dire, in estrema sintesi, che il, CCNL è un perimetro di tutele normative valido su tutto il territorio nazionale (questo per evitare dumping contrattuali ai lavoratori a cui viene applicato) con delle tabelle salariali che vengono aggiornate per recuperare l’inflazione. Quindi il CCNL, di fatto, non aumenta la paga, ma conserva il potere d’acquisto dei salari previsti dall’inflazione (cosa non sempre facilissima per la complessa composizione del paniere inflattivo). Sempre il CCNL adegua, ad ogni rinnovo, la parte normativa sulla base delle nuove esigenze del contesto sociale e di sviluppo del settore. Per contrattazione di secondo livello si intende, invece, un accordo stipulato tra il datore di lavoro e i sindacati (quindi sempre fra le parti sociali) che consente di definire materie non considerate nei CCNL con la possibilità di derogarle in casi ben definiti: con il secondo livello si può, quindi, costituire una struttura contrattuale su misura per una specifica azienda. Purtroppo, questo tipo di contrattazione è ancora poco diffuso soprattutto per le dimensioni micro della maggior parte delle aziende italiane (oltre il 90% delle aziende sono sotto i 10 se non sotto i 5 dipendenti) tanto che si stima che solo il 20% dei lavoratori sia coperto dal secondo livello: per intenderci, è con la contrattazione di secondo livello che si pattuiscono i premi di risultato con conseguente recupero di produttività, peraltro, rispetto agli altri Paesi europei, molto bassa. A questo secondo pilastro, si affianca, differenziata per settore, la bilateralità dove si danno risposte economiche e normative a migliaia di lavoratori: un esempio virtuoso nella nostra regione è dato dall’EBIART che, nei periodi più complicati, è riuscita ad organizzare risposte importanti sia in termini di sostegno al reddito, sia di carattere normativo.

Tornando ai CCNL, va segnalato che oggi in Italia sono depositati al CNEL addirittura 923 contratti nazionali (compreso lavoro agricolo e domestico) di cui 210 (poco più del 22%) sottoscritti da Cgil, Cisl, Uil. A prima vista si potrebbe dire che i contratti firmati da Cgil, Cisl, Uil (e/o dalle loro categorie) sono pochi ma, per dare un giudizio completo, bisogna guardare alla platea di lavoratori, cui i CCNL vengono applicati: secondo i flussi UNIEMENS INPS i 210 contratti sottoscritti dalle tre sigle confederali coprono 12.171.123 lavoratori, pari a circa il 93%, mentre i 713 contratti sottoscritti da altre organizzazioni sindacali riguardano 820.509 lavoratori.

Venendo alla questione cardine, la retribuzione minima oraria lorda stabilita dai CCNL sottoscritti da Cgil, Cisl, Uil è pari a 14,25 euro medi, che comprendono oltre al tabellare anche altre voci salariali, come ad esempio la quattordicesima, ROL, previdenza complementare e assistenza sanitaria, bilateralità etc.. a seconda dei contratti stipulati. Quindi, una cifra ben al di sopra dei 9 euro proposti dall’ex ministra Catalfo e dal Movimento 5 Stelle, e degli 8 più volte richiamati come base per il salario minimo. Rispetto ai 210 contratti siglati da Cgil, Cisl, Uil solamente 15 prevedono una retribuzione inferiore agli 8 euro complessivi, e riguardano 292.600 lavoratori.

Questi numeri, a mio giudizio, danno delle indicazioni molto chiare. In Italia abbiamo, dati alla mano, un tasso di copertura settoriale alto, anche paragonandolo con il livello europeo: per evitare il proliferare di contratti nazionali che vengono applicati, spesso in dumping, ad un basso numero di lavoratori bisognerà insistere sulla misurazione della rappresentanza e della rappresentatività delle organizzazioni sindacali e datoriali. Dovremo tutti impegnarci sulla puntualità dei rinnovi contrattuali e a modificare il paniere per il calcolo dell’Ipca, ricomprendendo anche i beni energetici oggi esclusi, per mantenere inalterato il recupero del potere di acquisto, così come sarà decisivo insistere sull’espansione della contrattazione di secondo livello, ipotizzando anche ulteriori livelli contrattuali di area o di filiera che vadano però ad integrare e migliorare il sistema esistente e non a peggiorarlo.

Credo che su questi punti possa essere affrontato un serio ragionamento tra organizzazioni sindacali e parte politica, che porti, sulla base, però, di dati ed osservazioni certe, ad una riforma costruttiva del sistema contrattuale italiano, rafforzandolo in senso moderno e rappresentativo, a favore di lavoratori e di imprese, e agganciandolo ad un ben più ampio ridisegno delle politiche reddituali, iniziando dal taglio del cuneo fiscale e dalla detassazione dei premi di risultato.

Resta, però, un sospetto, intorno al perché, una serie di forze politiche si stia appassionando ad un tema che è da sempre sul tavolo ma che non è mai stato, almeno negli ultimi anni, affrontato con decisione: voglio sperare che non si tratti di pura e semplice campagna elettorale. Anche perchè, le relazioni sindacali non possono diventare materia di scontro politico, riguardando invece, il tema dello sviluppo economico del Paese, in un momento in cui c’è anche bisogno di portare a casa il risultato del PNRR e rimettere in moto il sistema-Italia. Vista la complessità dell’argomento, pensare di affrontare un tema così vasto e delicato con delle soluzioni banali e semplicistiche che andrebbero a danneggiare buona parte dei lavoratori oggi coperti dai contratti, sarebbe, per fare un paragone esemplificativo, come affidare di nuovo la riforma delle pensioni alla Fornero…